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PSICHE. Sguardi sul presente

Perché avere un male fisico solleva e una sofferenza psicologica abbatte?

di Carla Weber (gennaio 2011)

Non crede dottoressa che ci sia qualcosa di fisico? Non può non esserci un danno biologico al mio cervello, sento proprio che scatta qualcosa nella mia testa, è una sofferenza lancinante, non si può credere che sia psicologico, so benissimo che ho questo problema, eppure non posso farci niente, distruggo da sola ogni possibilità!” In altre parole, un disturbo psicologico appartiene al mondo apparente, al “mettersi in mente” qualcosa ma in senso negativo, cioè alle “fisime” e alle “fissazioni” che creano problemi alla propria vita e alle relazioni con gli altri.

Abbiamo oggi sufficienti conoscenze per affermare che il corpo produce la mente e la mente fa stare più o meno bene o male il corpo.

La distinzione mente/corpo nel linguaggio comune dà forma ad un’idea separata di psiche-mente e di fisicità-corpo, spesso in contrasto tra loro. I vissuti confusivi e il bisogno di distinguere percezioni e sensazioni dai propri pensieri, sono però reali in quanto realmente esperiti e riguardano il controllo della propria autonomia. La psiche non è altra cosa dal corpo. Sappiamo molto di più di un tempo sulle connessioni tra sistema affettivo e cognitivo del nostro cervello e sulla plasticità neocorticale tanto da poter contare sulla possibilità di generare un cambiamento nel rapporto materia cerebrale - esperienza individuale - contesto ambientale. Siamo fatti di memoria, di esperienze percettive e senso-motorie, di incorporazione della presenza dell’altro, di immaginazione e ideazione, di pensiero. Ciò che chiamiamo psiche o mente emerge dinamicamente dalla base biologica che ci costituisce, non può esistere se non in un corpo, è corpo.

Quando quella dinamica genera esiti difficili da sostenere, problematici nella vita affettiva e nelle relazioni sociali, le persone cercano fuori da sé la soluzione e il più delle volte le strade intraprese sono più di una e l’idea di una psicoterapia non contiene fin dall’inizio una domanda specifica.

Il più delle volte nella ricerca di una risposta ad un disagio psicologico, mentre le persone scelgono di intraprendere una psicoterapia, allo stesso tempo cercano una diagnosi medica a cui affidarsi e il sollievo di una prescrizione farmacologica.

La necessità di evidenziare la presenza di un danno fisico diviene comprensibile se quel disturbo psichico è messo a confronto con le contraddizioni, l’insensatezza, la sofferenza, e anche determinati imperativi morali che lo negano. A fronte di una difficoltà che non si rende conoscibile e sfugge alla volontà di sentire in un certo modo, cioè “come si dovrebbe sentire”, emerge un bisogno di afferrare il proprio male ed estirparlo, portandolo fuori da sé. Rivolgersi allo psicoterapeuta, esprime prima di tutto il bisogno d’aiuto nel distinguere cosa è vero e cosa è falso riguardo al proprio sentire. “Credo di suggestionarmi”, “forse me lo metto in testa” dicono le persone, esprimendo la paura di “autogenerare” il proprio male. Paura di non farcela ad uscirne e senso di colpa rispetto al proprio disagio allignano pervicacemente in una idea di sé danneggiata, spesso separata dalla complessità delle relazioni di cui si fa parte e in cui ci si definisce. La domanda di essere in qualche modo liberati da quel male è naturale. Disporsi a conoscerlo, a capirne il senso inquieta e pone innanzi la fatica di collocarsi dentro il problema con tutto quello che accade, nella dinamica delle relazioni interne ed esterne. Esse vanno riconosciute e rese comprensibili nel contesto di vita e nella propria storia. La ricerca del dato di realtà è un movimento sano, teso ad affrontare il problema. Ma qual è la realtà effettiva? Questo è il lavoro che si ha davanti. La psicoterapia ha bisogno della riflessione, dell’attento lavoro della conoscenza capace di comporre mondi interni e mondi esterni in una dinamica temporale e relazionale. Tempi, spazi, relazioni della vita si avvicendano nelle manifestazioni della propria presenza o assenza, nel farsi della propria esistenza. Il sapere del corpo è di grande aiuto in questo processo, ma per esprimersi ha bisogno di trovare la via dell’immagine, del sogno, della parola condivisa.

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