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PSICHE. Sguardi sul presente

Perché il cambiamento previsto da una psicoterapia o da un percorso analitico fa paura?

di Carla Weber (29 aprile 2010)

Le persone che chiedono un aiuto psicologico non conoscono la natura del percorso che vorrebbero intraprendere, né tantomeno il tipo di risposta o proposta che possono ricevere in quella situazione. Fa parte del gioco, una psicoterapia psicoanalitica definisce l’oggetto stesso della propria attenzione e il processo di azione, mentre cerca di riconoscere la relazione di risonanza reciproca che psicoterapeuta e paziente possono condividere ed elaborare insieme. La relazione in atto genera il materiale di lavoro analitico, una relazione che è esperienza di sé e dell’altro, conscia e inconscia, narrabile e no, in un luogo e in un tempo definiti dalle sedute che si susseguono. Se quella relazione avrà presa nell’evolvere dello scambio, permetterà di concordare dove si può andare insieme e cosa si potrà perseguire. La certezza sta nelle risorse messe in atto da entrambe le parti nel cercare di accedere alla verità di se stessi in quel contesto relazionale. I segni di attendibilità di quella relazione si riconoscono nell’assunzione delle reciproche responsabilità, diverse per ruolo ma ciascuna con il potere di riuscire o fallire in quel processo di cambiamento atteso. Lo stato di sofferenza presente nella condizione analizzata mobilita la tensione della ricerca e il desiderio di scoperta dell’ignoto che siamo e della bellezza dell’incontro che ci fa riconoscere ed essere riconosciuti. Non è facile chiedere aiuto e affidarsi, si tratta di riconoscere l’altro mentre si ha paura di se stessi e non c’è fiducia nelle proprie capacità. All’inizio succede spesso che una persona, mentre chiede aiuto, manifesti anche la paura di divenire dipendente, di subire una manipolazione dei propri problemi e della propria fragilità. Ricorrere ad uno psicoterapeuta invece che trovare aiuto nei propri familiari e amici sembra uno smacco, una dichiarazione di un fallimento, di non essere riusciti a farcela da sé nelle relazioni normali. Il primo cambiamento, dunque, avviene proprio nel riconoscimento che ciascuno di noi ha bisogno dell’altro per pensarsi. La scelta di cercare l’altro-estraneo, non familiare, porta con sé la scoperta di se stessi narranti, interpreti della propria storia e del proprio sentire. L’altro “non sa”, diviene necessario dirsi, oltre che ascoltarsi, e imparare ad ascoltare quello che in quello scambio si genera. L’altro-psicoterapeuta, autorizzato dal training analitico che lo ha formato, può muoversi in sincrono e con uno sguardo binoculare, dentro e fuori quella narrazione e proporre l’ignoto, nella misura in cui è in grado di sostenere l’affidamento del proprio paziente.

Più avanti, quando la persona riconosce che qualcosa sta cambiando nel suo modo di porsi, di interagire e percepire le situazioni, mentre esprime soddisfazione è presa da altre preoccupazioni e paure. Sono preoccupazioni che riguardano se stessi e la relazione con gli altri e il bisogno di conquistare un maggiore livello di integrazione interna e esterna. Può emergere nei pazienti, ad un certo punto, la preoccupazione di perdere quelle parti di sé, che hanno imparato a riconoscere, mentre ne avvertivano gli effetti disturbanti e negativi, parti non più demonizzate ma accolte in un processo di comprensione. A volte la paura è di cambiare la parte viva di sé, quella che reagiva in quel modo rendendoli disadattati, ma non assoggettati. Comunque ognuno si chiede come integrare in quello che sente di essere diventato quello che è stato. Si chiede, inoltre, come rendere riconoscibile il proprio cambiamento da chi lo circonda e continua a interpretare le sue azioni con vecchi stereotipi. Il cambiamento si trova a fare i conti con gli effetti di una maggiore individuazione soggettiva e il desiderio di ridefinire le appartenenze e i legami. La frustrazione di dover colmare una distanza generata dal cambiamento personale, orienta il lavoro analitico all’appropriarsi della capacità di elaborazione con altri delle conflittualità presenti nel definirsi nelle relazioni della vita quotidiana. È la prova che il cambiamento in campo psicologico non ha a che fare con l’adeguamento, con l’assoggettamento richiesto dallo stato vigente di un sistema sociale. Il cambiamento in psicoanalisi ha a che fare con la conoscenza e con la conseguente responsabilità di scelta riguardo alla propria esistenza e alla relazione con gli altri.

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